L’acqua del rio Stava

La presenza di un corso d’acqua con buona portata in tutte le stagioni ha favorito gli insediamenti umani e il sorgere di laboratori lungo le sue rive.

La forza idrica era alla base del funzionamento dei mulini presenti lungo il rio Stava e le tecniche costruttive prevedevano sistemi atti al convogliamento dell’acqua in prossimità del mulino, allo sfruttamento della sua energia ed alla trasmissione dei movimenti.

La canalizzazione

Dal rio Stava, mediante un basso argine d’invito costruito sul letto del torrente, l’acqua veniva convogliata verso una presa che immetteva nel canale di derivazione per l’alimentazione del mulino.
Quando il mulino era inattivo, una fossa di decantazione restituiva l’acqua al torrente mediante l’apertura di una saracinesca laterale; quando invece il mulino era in funzione, l’acqua, superato lo sfioratore, scorreva lungo i canali sospesi in legno che portavano alle ruote del mulino.

Le ruote e l’albero

Potevano esservi più ruote a seconda del tipo di laboratorio ma tipicamente ogni ruota era composta da quattro raggi in legno disposti a forma di croce, collegati fra loro verso le estremità da quattro robuste assi ricurve che formavano la corona circolare e sulle quali erano fissate le pale.

Alla ruota era collegato il grosso albero orizzontale in larice , lungo circa cinque metri, il quale alle estremità era munito di due robusti perni poggianti su grosse pietre particolarmente resistenti ed opportunamente incavate, poste su muretti di sassi cementati, uno all’esterno ed uno all’interno del mulino.
Nella parte terminale interna l’albero portava una seconda ruota più piccola munita di denti.

Tramite organi di collegamento quali cinghie, ingranaggi e pulegge il moto veniva trasmesso dall’albero principale alle diverse macchine del laboratorio. Il principio era fondamentalmente lo stesso per falegnamerie, segherie, fucine o mulini.

Ricerche d’archivio: prof. Italo Giordani