I rifiuti dell’attività estrattiva
Nota a cura della Fondazione Stava 1985 ETS redatta d’intesa con ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Abstract
La gestione dei rifiuti dell’industria estrattiva è un aspetto della gestione complessiva dei rifiuti di cui l’opinione pubblica, i pubblici amministratori e gli stessi addetti ai lavori hanno una percezione e conoscenza molto limitata e superficiale, malgrado questi rifiuti per la loro natura, per la quantità e per i metodi di deposito creino situazioni di grave pericolo sotto l’aspetto sanitario e della sicurezza delle popolazioni.
I rifiuti dell’industria estrattiva sono stati accumulati per decenni e tuttora vengono accumulati. La loro quantità può essere stimata in decine, se non centinaia, di migliaia di milioni di metri cubi. Per la loro natura e per le sostanze chimiche utilizzate nei processi di produzione, i rifiuti dell’industria estrattiva sono per lo più sostanze tossiche, altamente inquinanti.
In Italia gli sterili minerali depositati in discariche ammontano ad alcune centinaia di milioni di metri cubi. L’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha realizzato, su incarico del Ministero per l’Ambiente, l’inventario nazionale delle strutture di deposito di rifiuti estrattivi chiuse o abbandonate, con anche l’inquadramento dal punto di vista della sicurezza[1]. Nell’inventario sono elencate 583 strutture di deposito chiuse, incluse quelle abbandonate “che hanno gravi ripercussioni negative sull’ambiente o che, a breve o medio termine, possono rappresentare una grave minaccia per la salute umana o l’ambiente” [2].
Le strutture di deposito dei rifiuti dell’industria estrattiva sono, nella maggior parte dei casi, dei bacini di decantazione (tailings storage facilities) nei quali, contenuti da un argine in sabbia, vengono depositati per decantare e rimanere lì, consolidati e stoccati, i fanghi sterili residuati dalla separazione dei minerali e/o metalli commercialmente utili dalle rocce sterili[3] contenute nel tout-venant di miniera[4]. Questi fanghi sono composti dalla roccia sterile finemente macinata e dall’acqua utilizzata per la lavorazione, la cui quantità può variare, a seconda del minerale e/o metallo commercialmente utile, da 1 a 15 metri cubi per tonnellata di grezzo trattato.
Incidenti rilevanti in discariche di miniera, e in particolare in bacini di decantazione, si susseguono al ritmo impressionante di tre incidenti in media all’anno: dal 1960 ad oggi[5] si ha notizia di 179 incidenti rilevanti nel mondo[6], 31 dei quali in Europa, 7 incidenti nel solo 2025. Il problema della sicurezza riguarda sia le discariche in attività che quelle non più alimentate e abbandonate, numerose anche nel nostro Paese.
In anni recenti sono stati sviluppati nuovi sistemi di trattamento dei rifiuti dell’industria estrattiva che consentono di separare meccanicamente fin dall’origine l’acqua dallo sterile e permettono quindi di depositare lo sterile in assoluta sicurezza. Pur essendo maggiore rispetto al costo del deposito in bacino di decantazione, il costo del deposito dello sterile in sicurezza è comunque immensamente inferiore rispetto al costo del ripristino ambientale e del risarcimento del danno a seguito di incidenti con fuoriuscita di fanghi sterili dalle strutture di deposito[7].
I rifiuti dell’industria estrattiva
La separazione dei minerali e/o metalli dal tout-venant di miniera
In natura i minerali e/o metallinon si trovano allo stato puro ma sono associati ad altri minerali e/o metallie rocce, il cosiddetto “sterile” che non riveste interesse commerciale.
Per separare i minerali e/o metallicommercialmente utili dallo sterile vengono utilizzati diversi procedimenti: fra i più diffusi i procedimenti di lisciviazione e di flottazione che sono preceduti entrambi dalla frantumazione e macinazione finissima del tout-venant che viene eseguita mediante frantoi e mulini, prima a secco e poi con l’aggiunta di acqua, fino a ridurlo in particelle microscopiche.
Mentre la lisciviazione richiede l’utilizzo di solventi, la flottazione si basa sulla proprietà dei minerali e/o metalliridotti in polvere finissima di aggregarsi o meno all’acqua, aiutati in questo dall’aggiunta di particolari sostanze chimiche.
Il procedimento richiede l’impiego di molta acqua per ottenere la cosiddetta torbida (acqua e roccia finemente macinata). Nelle celle di flottazione vengono aggiunti alla torbida particolari sostanze chimiche (reagenti o collettori, in genere saponi o tannini) per rendere idrorepellente il minerale e/o metallo commercialmente utile.
Iniettando aria ed emulsionanti nella torbida all’interno delle celle di flottazione si provoca una densa schiuma. Le particelle di minerale e/o metallo commercialmente utile rese idrorepellenti (o idrofobe) rimangono asciutte e si aggregano alle bolle di schiuma, salendo così in superficie[8].
Le particelle dello sterile (lo scarto della lavorazione che non ha interesse commerciale) che non hanno subito l’azione protettiva dei reagenti e sono rimaste idrofili e quindi bagnate, precipitano invece sul fondo delle celle.
Il minerale e/o metallo commercialmente utile raccolto nella schiuma viene addensato e filtrato per eliminare la maggior quantità di acqua possibile e viene stoccato nei silo del commerciale. La torbida con l’acqua e lo sterile macinato finissimo viene portata in discarica mediante una tubazione.
La quantità dei rifiuti dell’industria estrattiva
In Europa i rifiuti dell’industria estrattiva sono quasi un terzo di tutti i rifiuti prodotti. Secondo dati diffusi dall’Unione Europea nel 2003 vengono depositati in discarica ogni anno 400 milioni di tonnellate di rifiuti dell’industria estrattiva, pari al 29 per cento del totale dei rifiuti prodotti in Europa.
Per rendersi conto della quantità di rifiuti prodotti dall’industria estrattiva è necessario considerare il rapporto fra tout-venant (la roccia grezza che si estrae in miniera) e i minerali e/o metalli commercialmente utili. Questo rapporto è legato al concetto di giacimento, inteso come anomalia geologica contenente minerali e/o metalli economicamente utili, al quale si accompagna il concetto di tenore, cioè la percentuale di minerali e/o metalli utili contenuta nel giacimento.
L’economicità dello sfruttamento di un giacimento è legata alle condizioni di mercato nel momento preso in considerazione. Con alte quotazioni dei minerali e/o metalli commercialmente utili vi è convenienza economica allo sfruttamento anche di giacimenti con basso tenore e la roccia sterile da scavare può assumere quantitativi enormi allorché il valore del mercantile estratto, anche se in quantità minime, ripaghi i costi di estrazione.
Alcuni esempi aiutano ad avere un’idea della quantità di rifiuti dell’industria estrattiva:
- il rame può essere economicamente coltivabile con tenori di circa 3-4 per cento (in funzione delle tecniche di estrazione, della posizione del giacimento, dei costi della manodopera ecc): da una tonnellata (1.000 chilogrammi) di roccia si ricavano 30-40 chilogrammi di commerciale e si hanno circa 970-960 chilogrammi di sterile da depositare in discarica;
- nel caso dello zinco e piombo i tenori economicamente coltivabili salgono al 7-8 per cento: da una tonnellata (1.000 chilogrammi) di roccia si ricavano 70-80 chilogrammi di minerale utile e si hanno 930-920 chilogrammi di sterile da depositare in discarica;
- i giacimenti di ferro attualmente in coltivazione nel mondo operano con un limite economico del 35-40 per cento: per ogni tonnellata (1.000 chilogrammi) di grezzo si hanno 350-440 chilogrammi di minerale utile e 650-560 chilogrammi di sterile da depositare in discarica;
- il carbone è economicamente coltivabile in funzione dell’utilizzo nel mercato energetico o siderurgico: normalmente si considera accettabile la coltivazione di uno strato di carbone contenente il 30 per cento di sterile;
- nella fluorite il rapporto medio considerato economico fra tout-venant e minerale commercialmente utile è di circa il 40 per cento: da una tonnellata (1.000 chilogrammi) di tout-venant si ricavano circa 400 chilogrammi di minerale utile e vengono stoccati in discarica 600 chilogrammi di sterile;
- nell’oro vi è convenienza allo sfruttamento di giacimenti con rapporto medio fra tout-venant e commerciale di 4-7 grammi per tonnellata di roccia. In un giacimento con tenore di 5 grammi a tonnellata, per ogni tonnellata (1.000 chilogrammi) di roccia estratta vengono stoccati in discarica 999,995 chilogrammi di sterile (una tonnellata meno 5 grammi). Per ottenere 1 chilogrammo d’oro occorre estrarre dalla miniera 200 mila chilogrammi (200 tonnellate) di roccia e depositare in discarica 199 mila chilogrammi di sterile (200 tonnellate meno 1 kg).
Oltre ai rifiuti residuati dalla separazione dei minerali e/o metalli commercialmente utili dallo sterile contenuto nel tout-venant di miniera, finiscono in discarica anche i quantitativi di roccia che devono essere asportati per raggiungere il giacimento, che possono assumere volumi molto considerevoli, nonché l’acqua utilizzata per la lavorazione.
La discarica di rifiuti dell’attività estrattiva più grande in Europa è la discarica di Zelasny Most in Polonia. Nella discarica sono depositati oggi oltre 600 milioni di metri cubi di sterile residuato della lavorazione del rame in tre diversi impianti annessi a tre miniere dalla zona. E`previsto che le miniere, gli impianti e la discarica rimangano in attività fino al 2042 quando saranno depositati in discarica un miliardo (1.000 milioni) di metri cubi di sterile.
In Italia gli sterili minerali depositati in strutture di deposito dei rifiuti dell’industria estrattiva ammontano ad alcune centinaia di milioni di metri cubi. Nella sola Sardegna queste strutture di deposito sono state valutate in circa 70 milioni di metri cubi.
Con lo scopo di limitare l’apertura di nuove attività estrattive si pensa di recuperare i materiali contenuti in queste strutture di deposito e separare le frazioni che possono trovare collocazione sul mercato da quelle minerali di cosiddetta prima categoria e di seconda categoria, utilizzabili nel settore civile delle costruzioni. Questo purtroppo deve fare i conti con un impianto legislativo rigido e farraginoso, che va in controtendenza con le indicazioni e le linee guida della Comunità Europea.
L’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha realizzato, su incarico del Ministero per l’Ambiente, l’inventario nazionale delle strutture di deposito dei rifiuti estrattivi chiuse o abbandonate, con anche l’inquadramento dal punto di vista della sicurezza[9]. Il problema della sicurezza, infatti, riguarda sia le discariche in attività che quelle non più alimentate e abbandonate, numerose anche nel nostro Paese.
Tale inventario contiene talvolta informazioni sulle caratteristiche chimiche dei rifiuti estrattivi[10]. Nella maggior parte dei casi si tratta di strutture chiuse o abbandonate nel passato, per le quali non si riesce a risalire ai dati di progettazione o ad altre semplici informazioni come, spesso, l’individuazione della loro ubicazione nel territorio.
Nell’inventario sono elencate 583 strutture di deposito chiuse, incluse quelle abbandonate “che hanno gravi ripercussioni negative sull’ambiente o che, a breve o medio termine, possono rappresentare una grave minaccia per la salute umana o l’ambiente”[11].
Le strutture di deposito dei rifiuti dell’industria estrattiva
I bacini di decantazione
I bacini di decantazione (o “tailings storage facilities” o “tailings dams”) sono discariche di rifiuti dell’industria estrattiva e servono per la decantazione, il consolidamento e lo stoccaggio dei fanghi sterili residuati dalla lavorazione dei minerali e/o metalli.
Si compongono di argini di contenimento e di un bacino interno agli argini. La torbida con l’acqua e lo sterile viene fatta affluire all’interno del bacino. L’acqua viene recuperata mediante tubazioni di sfioro. Lo sterile rimane nel bacino per decantare e consolidarsi, diventando così autoresistente, e lì rimanere stoccato.
Si tratta di strutture che crescono in dimensioni e in altezza con il procedere dell’attività estrattiva, che spesso vengono alimentate oltre misura[12], giacché le società minerarie rimandano la decisione circa l’impostazione di una nuova discarica e continuano ad alimentare quella già in esercizio, perché non hanno informazioni precise sulla quantità di minerale ancora presente in miniera, e quindi sulla quantità di materiale ancora da lavorare, e/o sulla la convenienza economica nel proseguire la lavorazione.
Gli argini dei bacini di decantazione
Gli argini dei bacini di decantazione sono solitamente opere in terra, possono essere costruiti con varie metodologie di costruzione e con materiali diversi. La funzione di contenimento degli argini dei bacini di decantazione è più modesta rispetto a quella delle dighe tradizionali, in relazione al minore contenuto d’acqua[13] e alla natura autoresistente dei limi una volta decantati e consolidati.
Gli argini in sabbia
Il metodo più economico e quindi il più diffuso per la costruzione degli argini dei bacini di decantazione è quello che vede l’utilizzo della stessa sabbia contenuta nella torbida proveniente dall’impianto di trattamento che viene separata dall’acqua e dai limi più fini mediante centrifugazione in un apparecchio detto “ciclone” o “idrociclone”.
La struttura arginale prevede alla base un primo rilevato di altezza e di spessore contenuti, la cui funzione non è solo quella di fornire una fondazione all’argine che su di esso verrà elevato con il cosiddetto “addensato del ciclone”, ma anche di costituire una base filtrante per l’argine stesso.
L’accrescimento degli argini può avvenire secondo tre metodi diversi: il metodo “a monte”, il metodo “a valle” e il metodo “centrale”.
Col metodo a monte lo scarico di sabbia dal ciclone avviene tutto e progressivamente verso monte, verso cioè l’interno del bacino; col metodo a valle lo scarico ha luogo verso valle, cioè verso l’esterno del bacino; col metodo centrale esso avviene in parte a monte e in parte a valle.
Il metodo a monte è il più economico e quindi il più diffuso ma è anche il meno idoneo per la stabilità del rilevato che peggiora man mano che aumenta la sua altezza, giacché, crescendo, l’argine viene a poggiare sui limi all’interno del bacino in gran parte non ancora consolidati.
Il deposito degli sterili
Dopo essere passata per il ciclone e aver ceduto le particelle più grossolane con le quali si costruisce l’argine, il resto della torbida, costituito dall’acqua e dai materiali più fini, viene fatto affluire all’interno del bacino per la decantazione, il consolidamento e lo stoccaggio.
Dopo aver ceduto per gravità le frazioni solide in sospensione, che vanno a depositarsi sul fondo del bacino, l’acqua si dirige lentamente verso le condutture di sfioro, defluisce attraverso l’impianto di scarico e viene restituita al corso d’acqua dal quale era stata prelevata oppure viene nuovamente utilizzata per la lavorazione.
Man mano che il fondo del bacino cresce, viene chiusa l’apertura della conduttura di sfioro utilizzata fino a quel momento in modo che l’acqua affluisca verso l’apertura a monte, posta a un livello più alto rispetto a quella precedente.
La sicurezza delle discariche dei rifiuti dell’industria estrattiva
I rischi connessi ai bacini di decantazione
Il problema della sicurezza delle discariche dei rifiuti dell’industria estrattiva riguarda sia le discariche in attività che quelle non più alimentate e abbandonate, numerose anche in Italia.
Incidenti rilevanti in discariche di miniera si susseguono al ritmo impressionante di tre incidenti rilevanti in media all’anno: si ha notizia, infatti, di 179 incidenti rilevanti nel mondo dal 1960 ad oggi, 31 dei quali in Europa, 7 incidenti nel solo 2025[14].
Fra questi il disastro della Val di Stava in provincia di Trento, uno fra i più gravi disastri industriali e ambientali al mondo dovuto al crollo di bacini di decantazione di sterili residuati della lavorazione mineraria[15] e l’incidente catastrofico dei “fanghi rossi” in Ungheria[16]. L’ultimo incidente rilevante in discariche di miniera in Europa è avvenuto il 17 maggio 2017 in Spagna con conseguenze disastrose per l’ambiente. L’incidente in bacini di decantazione il più catastrofico in assoluto per i danni all’ambiente è avvenuto l’11 novembre 2015 nello Stato di Minas Gerais in Brasile[17].
Nel corso del 2019 si sono verificati ben 6 incidenti rilevanti in bacini di decantazione, due dei quali non più alimentati: 3 in Brasile, 1 in India, 1 in Myanmar, 1 in Peru. Il più grave è stato il crollo, il 25 gennaio 2019, del bacino di decantazione a servizio dell’impianto di arricchimento della miniera di ferro Córrego de Feijão (in Região Metropolitana de Belo Horizonte, nello Stato di Minas Gerais), gestita dalla società brasiliana Vale, la più grande produttrice al mondo di ferro[18]. Nel corso del 2025 si sono verificati 7 incidenti rilevanti in bacini di decantazione: nel Myanmar, in Gana, in Zambia, in Bolivia, in Indonesia, nella Malesia e in Tailandia[19].
Al seguito del ripetersi di tali disastri industriali e ambientali, è stata emanata nel 2006 la Direttiva 2006/21/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive recepita in Italia con il Decreto Legislativo n.117 del 30 maggio 2008.
Consapevole del diffuso atteggiamento di disinteresse che caratterizza l’approccio a questo problema[20], nella Direttiva l’Unione Europea ha previsto, tra l’altro, l’obbligo per gli Stati membri di realizzare l’inventario delle strutture di deposito dei rifiuti delle attività estrattive chiuse e/o abbandonate che, come già sopra accennato, è stato realizzato in Italia da ISPRA su incarico del Ministero per l’Ambiente.
Per quanto concerne le strutture di deposito attive, esse devono essere progettate e gestite ai sensi di quanto previsto dalle norme di recepimento della Direttiva europea nei vari Stati membri. Per l’Italia il DLgs. 117/2008 prevede, all’art.5, la redazione del Piano di gestione dei rifiuti per la loro riduzione al minimo, il trattamento, il recupero e lo smaltimento dei rifiuti stessi, nel rispetto del principio dello sviluppo sostenibile e anche con l’obiettivo di tracciare i rifiuti dalla loro nascita alla loro morte. Inoltre, all’art. 6 Prevenzione di incidenti rilevanti e informazioni[21] si prevede la realizzazione del Piano di emergenza interno e del Piano di emergenza esterno: il primo ha l’obiettivo di garantire la sicurezza in fase di esercizio, di chiusura e di post chiusura della struttura, individuando i potenziali rischi di incidenti rilevanti e adottando le misure necessarie per prevenirli; il secondo specifica le misure da adottare esternamente al sito in caso di incidente e viene comunicato al Prefetto competente per territorio.
Il crollo dei rilevati arginali
Oltre ai danni dovuti alla colata di fango e alla violenza della colata di fango[22], il crollo dei rilevati arginali e la fuoriuscita dai bacini di decantazione di fanghi sterili non ancora consolidati e per lo più altamente inquinanti comporta, il più delle volte, l’inquinamento dei corsi d’acqua e di vaste aree di territorio a valle dei bacini crollati.
Così è stato, per citare solo alcuni esempi di crolli avvenuti in Europa, a seguito del crollo dell’argine del bacino di decantazione di Aznacóllar in Spagna[23], a seguito del crollo dell’ argine del bacino di decantazione di Baia Mare in Romania[24], a seguito del crollo dell’ argine del bacino di decantazione di Ajka in Ungheria[25].
Il percolato
Da quanto sopra sommariamente accennato si deduce che anche il percolato dei bacini di decantazione comporta seri problemi di inquinamento ambientale.
Per citare solo un esempio, il percolato della discarica abbandonata di Fenice Capanne in Toscana, nella quale sono stoccati alcuni milioni di metri cubi di sterili residuati della lavorazione della pirite, risultava, da quanto si era potuto constatare in occasione di un sopralluogo nel settembre del 2003[26], di un brillante colore azzurro/blu, indice di un valore “ph” che si avvicinava a quello dell’acido muriatico.
La mancata realizzazione di sistemi di raccolta e trattamento del percolato rappresenta pertanto, più che una negligenza, un vero e proprio disattendimento delle principali regole di buona tecnica e delle normative vigenti.
La mancata decantazione dei fanghi, la liquefazione e la tracimazione
In caso di crollo degli argini, i danni maggiori alle persone, alle cose e all’ambiente sono dovuti alla colata di fango che si genera normalmente a causa della sottoconsolidazione dei fanghi depositati nei bacini. La decantazione e consolidamento dei fanghi è infatti un processo lungo, che richiede anni se non decenni, che viene negativamente influenzato dalla presenza dell’acqua di falda nel terreno sul quale insiste il bacino, dall’acqua piovana e dall’acqua di ruscellamento. Il processo di decantazione e consolidazione dei fanghi depositati nel bacino dovrebbe essere costantemente monitorato.
Il crollo degli argini può essere causato anche dalla liquefazione statica o dinamica della terra e delle sabbie con le quali si sono costruiti gli argini, quel comportamento cioè della terra e delle sabbie che, a causa di un aumento della pressione interstiziale, passano improvvisamente dallo stato solido allo stato fluido con la consistenza di un liquido pesante. La liquefazione può essere indotta anche da un evento sismico, può essere causa del crollo e ne è, il più delle volte, uno degli effetti catastrofici.
Una delle cause più frequenti del crollo di argini di bacini di decantazione è data dalla tracimazione a seguito di piogge intense, un aspetto che dovrebbe suscitare forte allarme a seguito dei cambiamenti climatici in atto che si manifestano, tra l’altro, con piogge torrenziali concentrate in tempi brevi e in aree ristrette. Tutti i bacini di decantazione dovrebbero essere dotati di canali di guardia di idonee dimensioni per impedire che le acque di corrivazione entrino nel bacino.
Le nuove tecniche di deposito dello sterile
In anni recenti la torbida con lo sterile può essere trattata con sistemi di filtrazione meccanica con recupero dell’acqua di processo mediante speciali apparecchiature dette “filtropresse” che consentono di separare meccanicamente fin dall’origine l’acqua dallo sterile e permettono quindi di depositare lo sterile in assoluta sicurezza. Questa tecnica è più costosa rispetto al deposito in bacino di decantazione e viene impiegata per motivi di sicurezza[27], per motivi di tutela dell’ambiente e di sicurezza[28] e per motivi economici[29].
Il costo del deposito dello sterile in sicurezza
Pur essendo maggiore rispetto al costo del deposito in bacino di decantazione, il costo del deposito dello sterile in sicurezza è comunque immensamente inferiore rispetto al costo del risarcimento del danno in caso di crollo e del ripristino ambientale. Non va sottaciuto a questo riguardo che nella maggior parte dei casi, e in particolare in caso di incidenti in discariche abbandonate, i costi del ripristino ambientale e del risarcimento del danno rimangono in capo alla collettività.
In un’analisi costi/benefici globale di tipo strategico è dimostrato che la convenienza dell’uso di sistemi di filtrazione meccanica con recupero dell’acqua di processo è di gran lunga più conveniente rispetto all’uso dei bacini di decantazione[30].
Nel caso del disastro della val di Stava si può affermare che il costo dei soccorsi alla popolazione, del ripristino ambientale, della ricostruzione e del risarcimento del danno a carico dei responsabili civili[31] è stato di mille volte superiore rispetto all’investimento necessario e sufficiente per evitare il crollo della discarica.
La ricoltivazione delle discariche minerarie
Non vanno trascurate in questo contesto le nuove tecnologie di gestione degli sterili ela tecnica di ricoltivazione delle discariche minerarie (landfill mining of tailings storage facilities), grazie alla quale è possibile recuperare dalle discariche importanti quantità di minerali e/o metalli economicamente utili, lanciando così la sfida di un cambio di paradigma degli sterili da rifiuto a risorsa. Importanti esperienze circa la convenienza economica del recupero delle discariche di miniera abbandonate sono già state fatte in Canada e in Sud Africa.
dott. Graziano Lucchi – presidente Fondazione Stava 1985 ETS
ing. Maurizio Boaretto – consulente tecnico-scientifico Fondazione Stava 1985 ETS
dott.ssa Monica Serra – ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
Dicembre 2025
[1] In ottemperanza a quanto previsto nel Decreto Legislativo 30 maggio 2008 che recepisce in Italia la Direttiva 2006/21/CE.
[2] Si veda Inventario nazionale ai sensi dell’art. 20 del D.Lgs.117/08 — Italiano
[3] O non commercialmente utili.
[4] La roccia grezza che si estrae in miniera.
[5] Si veda http://www.wise-uranium.org/mdafbr.html
[6] Dei 179 incidenti rilevanti in discariche di miniera di cui si ha notizia, 150 si sono verificati in bacini di decantazione (o “tailings dam”) e 134 sono stati dovuti a crollo totale o parziale a conferma della pericolosità di queste strutture di deposito che assumono dimensioni considerevoli e sono caratterizzate dagli argini in sabbia dal loro contenuto fangoso.
[7] Nel caso di Stava si può affermare che il costo dei soccorsi, del ripristino ambientale, della ricostruzione e del risarcimento del danno morale e patrimoniale è stato mille volte superiore rispetto all’investimento necessario e sufficiente per evitare il crollo della discarica.
[8] Vengono fatte “flottare” o galleggiare dal francese “flotter”, galleggiare.
[9] Pericolosità e rischio che tali strutture rappresentano o possono rappresentare dal punto di vista ecologico sanitario e strutturale. Si veda la nota 2.
[10] Spesso dedotte dalla tipologia dei minerali che venivano estratti.
[11] L’inventario è stato realizzato in conformità a quanto previsto dal Decreto Legislativo 30 maggio 2008 relativo alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive che recepisce in Italia la Direttiva 2006/21/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio.
[12] La discarica di Prestavèl in val di Stava era prevista fosse alta al massimo 9 metri; al momento del crollo era alta complessivamente quasi 60 metri.
[13] Che viene fatta defluire tramite le tubazioni di sfioro.
[14] fonte: http://www.wise-uranium.org/mdaf.html
[15] 268 morti, ingenti danni all’ambiente, il 19 luglio 1985 per il crollo parziale, con la fuoriuscita di 180 mila metri cubi di fango, della discarica composta di due bacini di decantazione sovrapposti l’uno all’altro realizzati per la decantazione e lo stoccaccio dei fanghi sterili residuati della lavorazione della fluorite mediante flottazione nell’impianto di trattamento annesso alla miniera Prestavèl.
[16] 10 morti, centinaia di feriti, immensi danni all’ambiente il 4 ottobre 2010 per il crollo parziale di uno dei bacini realizzati per la decantazione e lo stoccaccio dei fanghi residuati della lavorazione della bauxite nell’impianto di Ajka con la fuoriuscita di oltre 1,5 milioni di metri cubi di fanghi altamente inquinanti.
[17] 17 morti, 75 feriti, immensi danni all’ambiente per il crollo di due bacini realizzati per la decantazione e lo stoccaccio dei fanghi residuati della lavorazione del ferro estratto da una miniera gestita dalla società Samarco (una joint venture tra la anglo-australiana Bhp-Billington e la brasiliana Vale, due tra le più importanti multinazionali minerarie al mondo) con la fuoriuscita di oltre 30 milioni di metri cubi di fanghi che hanno inquinato il fiume Gualaxo del nord, il fiume Carmel e il Rio Doce e hanno raggiunto l’oceano Atlantico dopo aver percorso oltre 660 chilometri; 15 chilometri quadrati di terreno sono stati contaminati ed è stata compromessa la fornitura di acqua potabile per 250.000 abitanti.
[18] Dal bacino crollato, alto 86 metri, sono fuoriusciti 12 milioni di metri cubi di materiale. La colata di fango ha investito gli impianti della miniera, ha raggiunto, dopo oltre 7 km, la città di Brumadinho, ha percorso oltre 300 km e si è esaurita dopo due settimane nel bacino idroelettrico di Retiro Baixo sul rio Paraopeba. Si contano 267 morti.
[19] Uno dei primi incidenti di cui si ha notizia è avvenuto in Cile nel dicembre del 1928 quando il rilevato del bacino di decantazione dell’impianto di flottazione della miniera El Teniente, esercitata dalla Bradden Copper Co, ubicata nelle Ande a Sud di Santiago, lungo più di due chilometri, alto 63 metri, contenente 29,5 milioni di tonnellate di rifiuti, cedette in seguito a un terremoto. 9 milioni di tonnellate di fanghi precipitarono nei letti dei fiumi Barahona e Coya, distruggendo e seppellendo vari chilometri quadrati di colture e causando numerose vittime.
[20] Non si sa di preciso neppure quante, dove, di che dimensioni siano le discariche di questo tipo presenti nei vari Paesi membri e di che natura siano i rifiuti depositati.
[21] Da applicare alle strutture di deposito dei rifiuti di estrazione di categoria A, per la cui definizione si rimanda all’allegato A del DLgs 117/2008.
[22] In val di Stava, per citare un solo esempio, la colata di fango di 180 mila metri cubi è scesa alla velocità di 90 chilometri orari.
[23] 25 aprile 1998, 4,6 milioni di metri cubi di acqua e fanghi tossici residuati della lavorazione di fosfati fuoriusciti dal bacino di decantazione e l’inquinamento di migliaia di ettari di terreno agricolo.
[24] 30 gennaio 2000, 100 mila metri cubi di fluidi carichi di cianuro residuati della lavorazione dell’oro con l’inquinamento del torrente Somes/Szamos, affluente del Fiume Tibisco, la distruzione di tonnellate di pesce e la contaminazione dell’acqua potabile per oltre due milioni di abitanti.
[25] 4 ottobre 2010, 1,5 milioni di metri cubi di fanghi tossici residuati della lavorazione della bauxite che ha comportato la necessità di rimuovere, trasportare in discarica e sostituire il terreno per uno spessore di 30 centimetri circa lungo il percorso dell’intera colata di fango su una lunghezza di 40 chilometri e un fronte di 300 metri. 10 morti, 120 feriti la maggior parte dei quali soccorritori ustionati per essere venuti a contatto con i fanghi tossici e ustionanti.
[26] Sopralluogo al quale ha preso parte anche il prof. Giovanni Tosatti, docente all’epoca di geologia applicata presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e consulente scientifico della Fondazione Stava 1985.
[27] È il caso delle nuove discariche dello sterile residuato della lavorazione della bauxite nell’impianto di Ajka in Ungheria dove le filtropresse sono state introdotte dopo l’incidente del 4 ottobre 2010.
[28] È il caso delle discariche dello sterile residuato della lavorazione dell’oro in alcuni impianti annessi a miniere a cielo aperto in Australia.
[29] È il caso della discarica dello sterile residuato della lavorazione della fluorite nell’impianto di Assemini in Sardegna dove la filtropressa è stata introdotta perché la Società mineraria, oltre a voler limitare l’ampliamento del bacino di decantazione già esistente per non incrementare i volumi della struttura di deposito, ha inteso gestire in modo più sicuro i fanghi, anche nella prospettiva di un riutilizzo come prodotti secondari.
[30] Lo dimostra la scelta operata dalla miniera australiana di Karara gestita dalla Karara Mining Ltd.
[31] Condannati al risarcimento del danno in seguito a sentenza di condanna passata in giudicato nel giugno 1992 e corrisposto in via transattiva ai danneggiati e ai familiari delle Vittime nel 2004.