1. Josef Brauns & A. Blinde

Anmerkungen zum Fall Stava (Comments on the Stava Disaster). Wasserwirtschaft, 75, Vol. 11, p. 517, Wiesbaden.

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Friedr. Vieweg & Sohn, Verlagsgesellschaft mbH
Wiesbaden, Germany

“Considerazioni sul disastro di Stava”

Riassunto

Il disastro di Stava (Provincia di Trento, Italia settentrionale) è stato causato dal cedimento di due invasi di decantazione ad uso industriale (impianti di flottazione dei residui di lavorazione nell’estrazione della fluorite), posizionati l’uno sopra l’altro su di un versante montano. Gli argini degli invasi, a pianta falciforme, erano costituiti prevalentemente da sabbia filtrata dagli stessi liquidi destinati alla decantazione mediante idrocicloni. Il tracimatore degli idrocicloni immetteva direttamente il materiale a grana fine nei bacini sostenuti dagli argini.

Con ogni probabilità è stato il cedimento dell’invaso più recente, quello superiore, a determinare il crollo dei sedimenti e del terrapieno inferiore, con lo scivolamento a valle – a velocità pari a quella di una valanga – di oltre 150.000 m3 di fanghi che hanno causato enormi distruzioni lungo un percorso di circa 5 km (il numero delle vittime viene indicato in oltre 250).

Numerosi esperti stanno cercando di individuare le modalità e le cause di questo disastro. Accanto ad un gruppo di periti nominati dalla Magistratura ci sono anche periti di parte, incaricati dai soggetti coinvolti. Fin quando non saranno disponibili risultanze più precise sulle indagini, ogni affermazione sulle cause della catastrofe, e quindi ogni attribuzione di responsabilità o non responsabilità, è da considerarsi meramente speculativa, per non dire addirittura irresponsabile. L’esperienza maturata in occasione di simili disastri insegna che in questi casi si assommano di solito svariati fattori o eventi negativi e che spesso l’evento che viene indicato quale causa del danno è paragonabile in realtà all’ultima goccia che fa traboccare un vaso già pieno.

Nel caso di Stava va considerato in particolare anche il fatto che, nel corso della sua storia, che iniziò attorno al 1960, la miniera di Prestavel ha avuto diversi proprietari; di conseguenza il Tribunale di Trento ha individuato un gruppo particolarmente numeroso di possibili responsabili (quasi 60 persone). Considerando che i meccanismi non sono ancora accertati nel dettaglio e che il quadro normativo e tecnico-amministrativo relativo alla progettazione, realizzazione, gestione e controllo degli impianti di sedimentazione di questo tipo non è ancora chiaro, non può che sorprendere il fatto che già ora, come riportato il 30 settembre 1985 da vari giornali italiani, i vari proprietari precedenti e quasi tutti i rappresentanti delle competenti Autorità siano stati dichiarati non responsabili dal giudice istruttore di Trento. Si aspettano con interesse chiarimenti circa i dettagli di quanto avvenuto il giorno del disastro. A tempo debito verrà riferito in proposito.

Per quanto riguarda la situazione in Germania, il disastro di Stava ha riportato l’attenzione sugli sforzi tesi a far rientrare gli impianti di sedimentazione tra i bacini di ritenuta (dighe) ed a prevedere a tale scopo, nell’ambito della nuova normativa DIN 19700, una specifica Parte 15. La relativa commissione sta attualmente elaborando una prima bozza di questa Parte 15, dopo che sono state pubblicate le bozze finali relative alle importanti Parti 10 (“Criteri generali”) e 11 (“Sbarramenti di valli”).